Essere stranieri in un paese dove si parlano non una, ma due lingue straniere, non è mai facile.

Qualche mese fa mi ero ritrovata a vivere in un paese, il Portogallo, di cui non sapevo la lingua, ma poco importava perché le lingue usate al lavoro erano l’inglese e l’italiano.

In giro (negozi, bar, cinema, musei) tutti sapevano comunicare in inglese. A casa, una coinquilina connazionale e un portoghese che sapeva l’italiano.

Pur amando le lingue e avendole studiate per più di metà della mia vita, vivo in una perenne incertezza quando è il momento di parlare.

Ma lo scopo di questo nuovo viaggio in Canada era quello di uscire definitivamente dalla comfort zone linguistica, ovvero: abbandonare parzialmente l’inglese e riprendere in mano una lingua che non parlavo da tempo, il francese.

Eppure a volte l’insicurezza la fa da padrone, ti trattiene impedendoti di dare il meglio di te stesso. L’insicurezza e l’imbarazzo sono i peggiori nemici di chi vuole imparare una lingua straniera.

Bisogna, anche qui, uscire dalla propria comfort zone. La mia comfort zone era l’inglese, e infatti i primi giorni a Montreal non parlavo che questa lingua. Pur sapendo come ordinare un caffé o chiedere delle indicazioni stradali in francese, ero terrorizzata all’idea di non capire la risposta, e quindi chiedevo direttamente inglese.

Poi, mi sono trasferita in un appartamento con altre tre coinquiline, tutte provenienti dalla Francia. E lì, mi sono decisa ad approfittare dell’occasione di potermi immergere 24 ore su 24 nella lingua francese.

Ho spiegato alle mie coinquiline che volevo parlare assolutamente solo francese, anche se mi costava più fatica mentale rispetto all’inglese, e loro si sono dimostrate molto disponibili e pazienti.

Lo sforzo mentale è notevole, soprattutto se non c’è quasi mai l’occasione di fare una “pausa” e parlare la propria lingua madre. È una full immersion, ma ne vale la pena.

È anche imbarazzante e frustrante, perché non sempre riesco a esprimermi come vorrei, a dire le cose come le penso, a esprimere i miei sentimenti nel migliore dei modi. Se sono felice, se sono grata, se sono arrabbiata o infastidita, non riesco ad esprimerlo come farei nella mia lingua madre, e ciò può provocare anche malintesi.

Il più delle volte parlo come una bambina di cinque anni o come una persona con problemi cognitivi e, quando ascolto gli altri parlare, la mia espressione è questa:

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È decisamente frustrante, per una persona che di solito punta tutto sulla comunicazione per fare colpo sulle persone (e soprattutto sui ragazzi!).

Avendo capito il mio disagio, una delle mie coinquiline si è dimostrata veramente comprensiva e cerca spesso di aiutarmi in due modi.

Il primo, è che quando mi parla, mi chiama prima per nome. Sembra una cosa sciocca, ma quando siamo circondati da stranieri che parlano una lingua straniera, tendiamo a chiuderci in una bolla e a non seguire la conversazione; nella nostra lingua madre, recuperare il filo di un discorso ascoltato solo a metà è facile, nella lingua straniera no. Infatti, se qualcuna di loro si rivolge a me quando sono persa nei miei pensieri, a volte non me ne accorgo subito.

Il secondo, è il suo coinvolgermi nella conversazione facendomi delle domande dirette. Di solito, ognuno contribuisce ad una conversazione dicendo la sua senza aver bisogno che gli vengano poste domande, ma non è facile farlo in una lingua che non si padroneggia appieno. Abbiamo bisogno di input, di stimoli.

In pratica la mia coinquilina applica con me, senza saperlo, alcune nozioni di base della glottodidattica.

I risultati? Ho già notato un piccolo miglioramento, ovvero un aumento di sicurezza – nei luoghi pubblici parlo ora solo francese. L’accento québecois è ancora piuttosto arduo da capire ma, come per tutte le cose, ci vuole pazienza e costanza.

 

 

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